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DAZN in crisi? Come i contratti TV salvano (o no) i club di calcio

“Tanto tuonò che poi piovve”. Le parole del presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis, pronunciate durante il Gran Galà del Calcio, hanno riacceso un dibattito centrale per il calcio italiano: «Se DAZN ci molla come in Francia, il sistema calcio italiano crollerà, perché si appoggia totalmente sui diritti TV».

Ma quanta verità c’è in questa affermazione?

 

La dipendenza strutturale della Serie A dai diritti TV

Il 23 ottobre 2023 la Lega Serie A, guidata dall’amministratore delegato Luigi De Siervo, ha siglato un accordo con DAZN per il ciclo 2024–2029 del valore di 700 milioni di euro annui. L’intesa prevede la trasmissione di tutte le 10 partite di ogni giornata, di cui 7 in esclusiva e 3 in co-esclusiva con Sky, che contribuisce con ulteriori 200 milioni annui.

Il valore complessivo dei diritti televisivi domestici raggiunge così 900 milioni di euro l’anno, una cifra che evidenzia quanto la Serie A sia fortemente dipendente dal broadcaster principale. Una dipendenza accentuata dalla mancata diversificazione dei ricavi, soprattutto in ambiti strategici come gli stadi di proprietà e le attività matchday.

Il precedente francese è un campanello d’allarme

Il timore evocato da De Laurentiis non è teorico. In Francia, il sistema dei diritti TV è entrato in crisi dopo il fallimento di Mediapro. La Ligue 1 è passata da un miliardo di euro annui a 400 milioni garantiti da DAZN fino al 2024-2025, per poi crollare a circa 180 milioni annui con il nuovo canale ufficiale della lega, Ligue 1+.

Le conseguenze sono state immediate: club costretti a vendere i migliori giocatori, riduzione degli investimenti e forte instabilità finanziaria.

I numeri dei club di Serie A

In media, i ricavi dei club italiani sono così suddivisi: 60% diritti TV, 25% commerciale e sponsorizzazioni, 10% matchday, 5% merchandising.

Gli stadi obsoleti e privi di servizi moderni impediscono di aumentare le entrate da biglietteria e hospitality. Non a caso, i diritti TV coprono circa il 60% del monte ingaggi dei club: senza questo flusso, il sistema non sarebbe sostenibile. In questo contesto, DAZN rappresenta circa il 77,8% del valore complessivo dei diritti televisivi, garantendo entrate stabili e prevedibili grazie a un accordo quinquennale. Questo consente ai club una pianificazione a medio-lungo termine e contribuisce ad ampliare l’audience della Serie A.

Il vero punto debole

Il vero ritardo strutturale del calcio italiano emerge però dai diritti televisivi internazionali. La Serie A incassa circa 250 milioni di euro, contro i 2,1 miliardi della Premier League. Un divario enorme che riflette una minore attrattività del prodotto calcio italiano sui mercati globali. Questo limite si ripercuote direttamente sul calciomercato, dove i club italiani faticano a competere per i grandi talenti internazionali, spesso costretti a ruoli marginali rispetto alle big europee.

Visibilità o declino?

Nel calcio moderno, come in ogni prodotto commerciale, il primo ingrediente del successo è la visibilità. Oggi non esistono più mercati nazionali, ma un unico mercato globale.

Se il sistema calcio italiano vuole tornare competitivo, deve imparare a galleggiare – e poi nuotare – nelle acque internazionali, valorizzando il brand Serie A oltre i confini nazionali. I diritti TV sono ancora una ancora di salvezza. Ma senza una strategia globale, rischiano di diventare l’ennesima occasione mancata.

 

“Bordo campo” la rubrica di Katia D’Avanzo